COSE 1


Uccellino moto-perpetuo:avviatane l'oscillazione questa aumenta fino a raggiungere un bicchiere d'acqua messo a bella posta davanti al becco. In realtà basta bagnare la testa con un po' d'acqua e dargli una spinta; a questo punto per evaporazione dell'acqua e conseguente raffreddamento della colonna di etere interna il baricentro dello strumento cambia e fa oscillare l'uccellino. In un negozio di giocattoli, purtroppo scomparso,sotto i portici di Torino, ne ricordo uno in perenne movimento.


Il borotalco della Roberts esiste tuttora, ma 30 anni fa veniva venduto in questa bellissima scatola metallica, ririempibile aprendo un coperchio sulla parte inferiore.


Un altro intramontabile prodotto: la Coccoina, compagna di lunghi pomeriggi passati a incollare figurine negli album, o fotografie sui quaderni delle ricerche. L'ho recentemente ritrovata in una cartoleria, viene ancora prodotta e commercializzata in questo barattolo metallico, che però mi pare più elaborato di quelli originali. Se qualcuno ancora ne conservasse uno vecchio è pregato di farmelo sapere, grazie!


Purtroppo ho sempre sofferto di mal d'auto, a cui negli anni si sono aggiunti il mal d'aereo e di nave. Insomma ogni spostamento non diretto da me mi causa nausee e vomito. Così sono diventato un abitudinario della xamamina sin da piccolo. Ora sono (costosissime ) compresse in blister di plastica, allora erano delle piccolissime ed amarissime compresse confezionate in questa custodia di plastica da... viaggio! Xamamina Zambeletti!


Esistevano dei bicchieri "da viaggio", in plastica, ripiegabili su se stessi, utilissimi perché non ingombranti ma, in quanto di plastica, purtroppo fragilissimi. Questo è un modello attuale,strutturalmente identico ma di metallo, più robusto e altettanto funzionale. Ma il vecchio bicchierino n plastica mantiene ancora intatto il suo fascino.


Che dire delle radio? Mi ricordo i primi esemplari portatili, sebbene a valvole e solo in AM, sebbene su diverse bande: le prime Voxson, con una custodia in pelle che resiste ancora oggi, (non in cuoio cartonato come per esempio le custodie delle macchine foto degli anni 80), con alimentazione a batterie ora introvabili da 60 (!) volt, ed un provvidenziale trasformatore/alimentatore nel set. Ho scoperto da una pubblicità tratta da una rivista dell'epoca che il nome della fabbrica era FARET (fabbrica apparecchi radio e televisione) e che Voxon era il modello di apparecchio. Qui una Voxon Dinghy.


Qui una Voxson Starlet. Antenna estraibile dal manico per poterla avvitare nel suo innesto, alimentatore per utilizzo casalingo che sostituisce la batterie interna da 60 volt.Come la precedente risale alla seconda metà degli anni '50, Credo che abbiano 4 valvole a basso consumo, ma non sono riuscito a trovare molte informazioni in rete.


In seguito alla scoperta ed all'utilizzo commerciale dei transistors uscirono le prime radio veramente portatili, e si arrivò alla miniaturizzazione con radio giapponesi attaccate al solito portachiavi, fatte perlopiù da Sanyo, Midland e Sony.


Un'altra radiolina a transistor. Modello: 641-LW - Emperor, made ovviamente in Hong Kong.Supereterodina solo onde medie!


Questa è una Sony TR 1824 da tavolo: notare il raffinato design, molto avveniristico. Peccato cha la radio funzioni solo in onde medie!


Molto particolare questa Panasonic GX 400M: oltre alle normali onde medie e modulazione di frequenza aveva anche la possibilità di sintonizzarsi su frequenza particolari, da 1.6 a 16 MHz! Inoltre una speciale antenna ritante fungeva da radiogoniometro, per aiutare a localizzare la provenienza della trasmissione.


Un altro oggetto che continua a prendere polvere su un mobile, tanto da non farci più caso. Clock radio Kenton, una radiosveglia, o una sveglia radio, nel senso che è double face, e poteva essere utilizzata indipendentemente da un lato o dall'altro; la suoneria dell'orologio, (meccanico, a carica manuale), poteva essere impostata per far accendere la radio o per innescare la classica campanella, a scelta.Doppia pure l'alimentazione, a rete o a batteria.


Per chi è cresciuto con la stereofonia, l'alta fedeltà, o le più recenti "cuffiette" è difficile immaginare che allora noi, per non arrecare disturbo (o per non farci beccare a scuola...) sentissimo la radio atttraverso questo modestissimo auricolare: dalle classifiche di Giancarlo Guardabassi alla Hit Parade di Lelio Luttazzi non c'era programma musicali che mi sfuggisse; peccato che talvolta fosse in orari poco consoni. Ricordo ad esempio una tragica serata a teatro a vedere qualche dramma per volere della scuola. Mi salvai dall'addormentamento solo grazie a questo aggeggino!.


Su tutti i Topolini c'era una pagina pubblicitaria, fatta sullo stile delle avventure del Signor Bonaventura, in rima, dove i problemi di uno studente venivano risolti grazie al Gelosino.Credo che questa sia stata la prima versione (G256), alla quale ne sono seguite altre fino all'avvento della cassetta col Philips. Ancora funzionante, con i nastri perfettamente udibili.


Il successore del 256 fu il 257: più squadrato, sempre a valvole, con pulsanti raggruppati a destra delle bobine, non variava di molto estetica e funzionalità



La pubblicità del primo Geloso a cassette, al prezzo di lit 63.000 completo di radio:uan follia! La Geloso evidentemente non ha creduto nelle musicassette, ed è dimostrato dal fatto che la pubblicità da maggior risalto ad un nuovo modello a bobine, con i relativi nastri. Ancora presente la pubblicità con lo stesso stile di 15 anni prima.



Ecco il colpevole della fine ingloriosa del Gelosino: questa è la versione migliorata del Philips K7, con custodia contenente microfono e cavo di alimentazione. per i tempi fu una rivoluzione impressionante, al confronto della quale l'avvento del CD musicale non fece notizia. A fianco una cassetta da incidere: Basf C90: allora la cifra indicava la durata in minuti della cassetta.


Gli MP3 non erano neanche immaginabili, e noi ci portavamo dietro questi aggeggi per l'epoca estremamente portatili, e ovviamente li usuravamo. Così uno dei tanti che ho avuto fu questo, meno nobile del K7, ma altrettanto funzionante. Mi sono ritrovato pure le relative istruzioni per l'uso complete di schema elettrico per chi volesse fare delle elaborazioni.


In quegli anni la necessità di registrare con una qualità superiore a quella dei piccoli magnetofoni veniva soddisfatta da questi ingombranti registratori valvolari a bobina. La velocità di incisione poteva essere scelta (da 19/25 cm/sec, mentre se non sbaglio i piccoli andavano a 4.7 cm/sec), migliorando di fatto la resa. Non erano molto portatili, ma funzionavano bene. Questo in particolare è ancora in attività, ha addirittura la possibilità di utilizzare solo la parte amplificazione separatamente dal resto. SI vedono chiaramente i due occhi magici, i display di allora per valutare il volume di incisione e di riproduzione!


Il nome era fonovaligia, intuibile il motivo: precursori del mangiadischi, avevano il pregio di non rovinare tanto il disco, e di funzionare non solo con i 45 giri. Questo modello ha addirittura la possibilità di far suonare i 16 giri (mai visto uno!), ed i 78 giri: il braccio è dotato di una seconda puntina (o meglio di un chiodo) apposta per i vecchi 78 giri. Lo svantaggio è che necessitano di una presa di corrente. Naturalmente esiste un trasformatore interno, come quasi tutti gli apparecchi dell'epoca, che consentiva di attaccarsi anche alle moderne prese a 220 Volt oltre alle comuni a 115!


Un'altra fonovaligia, questa volta stereofonica e con i doppi altoparlanti staccabili e sistemabili alla corretta distanza e posizione per apprezzare l'effetto stereo. Si tratta di una italianissima Radiomarelli.


Più vecchia della rpecedente questa fonovaligia è della Incar, rigorosamente monofonica. Incar sta per "Industria Nazionale Costruzione Apparecchi Radio" ed era localizzata in Piazza Cairoli, 1 a Vercelli, e venne fondata nel 1946. Di seguito una pubblicità dell'epoca.


Ecco la mitica Telefunken, che ovviamente produceva pure una fonovaligia!


Questo aggeggio è invece colpevole della fine prematura di milioni di dischi a 45 giri: infilarcene dentro uno voleva dire trovarselo irrimedialbilmente rovinato. Se penso ai dischi completamente rigati dei Beatles che ancora ho mi viene da piangere. Eppure per la spiaggia, la gita scolastica, le vacanze, le feste con gli amici era insostituibile. Alimentato da OTTO pile a torcia, pesava di conseguenza


Ovviamente di mangiadischi ce n'erano a dozzine, e tutti più o meno si assomigliavano. Ecco un Pakson!


Simile al precedente un Aristrocrat, sistema stereofonico dotato di cambiadischi. ignoro tutto su questa azienda se on che era americana! Un sentito grazie a Iuri e Renzo per avermi porcurato questo e molti degli altri giradischi che mostro qui!


Il fonografo cambiadischi: sull'asta verticale al centro del piatto si potevano sistemare un certo numero di padelloni o di 45, questi con un apposito riduttore per il foro. Automaticamente, alla fine di un disco, un secondo calava sul piatto ed incominciava a suonare.Il problema era che i dischi si accumulavano sul piatto, e dopo soli tre o quattro LP la pila era così alta che il braccio faticava a seguire le tracce, dovendo lavorare in posizione rialzata. Il più delle volte quindi si inceppava ma era utilissimo nelle feste. Marca Geloso.



Ma se si voleva davvero avere un impianto di alta qualità si doveva comprare un sistema separato, magari scegliendo i prodotti migliori tra le varie marche (quasi tutte giapponesi, in verità) per ogni singolo componente. Noi avevamo questo amplificatore Pioneer SA 1000, robusto, capace di fornire una elevata potenza continua senza distorcere, che funziona ancora oggi benissimo. Era affiancato da una piastra giradischi della Technics, un registratore Teac e da poderose casse Pioneer con woofer da 60 cm. Devo dire che dopo essermi dotato poco tempo fa di un sistema home theater di ultima generazione, mi è capitato di riascoltare questo impianto a casa dei miei genitori e di paragonarlo. Così sono corso in un mercatino a cercare qualcosa di simile, ed ora in sala ho un bellissimo impianto "vintage" simile a questo, contro il quale il modernissimo 6+1 scompare...Non avrà le connessioni audio in fibra ottica, non sarà dotato di mixer video, non potrà essere collegato ad internet per scaricarsi direttamente gli MP3, ma la profondità ed il colore del suono risultano inarrivabili. E già gli audiofili più esigenti ricorrono a ultramoderni impianti a...valvole!


Il Pioneer precedente ha il case di legno, probabilmente per essere esposto e non per un montaggio a rack. Questo Pioneer A610 invece è completamente di alluminio satinato. Un amplificatore di qualche anno più giovane (credo dell'81), meno potente e più semplice nei controlli, ma altrettanto valido. Cominciavano a vedersi i VU meter che diffondevano una piacevole luce blu mentre indicavano la potenza in uscita.


Questo è un Pioneer Dynamic Processor RG 2. Veniva anche chiamato espansore della dinamica, un pezzo molto ambito, e costoso negli anni '70. Come ricordano gli appassionati di antica data rappresentava un must per gli impianti di un certo livello. Costruito su licenza della statunitense RG, appunto, (dal nome del fondatore Robert Grodinsky), era utilissimo in particolare con le fonti in cui la dinamica originale del segnale musicale era compressa come gli lp di normale produzione, i nastri e, a volte, anche la radio. Si tratta di un modello che costava attorno alle 150.000- 200.000 mila lire dell'epoca.In seguito l'avvento del compact-disc - sorgente ad alta dinamica per definizione - ha decretato la progressiva scomparsa di questi componenti dal mercato, ma ora, con gli MP3, sorgenti ultracomopresse,torna a farsi utile. Provate a connettere un MP3 player direttamente ad un impianto stereo, e poi frapponetegli questo espansore...


Nel rack non poteva mancare il registratore a cassette, indispensabile per duplicare padelloni e 45 giri. Questo è di nuovo un Pioneer, un CT F750. Funziona ancora benissimo, utile per ascoltare le centinaia di cassette che avevo registrato 30 e passa anni fa. E anche questo ha dei bellissimi misuratori a luce blu, oltre a controlli per il Dolby (mai capito a cosa servisse realmente visto che la differenza nell'ascolto era nulla), per le cassette metal o al cromo, per l'autoreverse eccetera.


Più vecchio del registratore di musicassette Pioneer questo Teac A450. Non era previsto il montaggio a rack, visto che la cassetta era inserita sul lato superiore, dove era anche previsto un incavo per tenerci una mezza dozzina di stereo 7.


Per completare il sistema questo è un Technics modello SL DL 1, a guida diretta e lettura tangenziale. Molto efficiente, eliminava l'errore di parallasse dovuto alla variazione dell'angolo di lettura di un braccio standard. Ed era praticamente automatico, sia nel posizionamento che nella scelta del numero di giri al minuto del disco (per dischi normali ovviamente). Inoltre la trazione diretta garantiva una eccellente stabilità di rotazione, una affidabilità meccanica superiore, una riduzione del rumble ed una partenza quasi immediata della rotazione del piatto.


Un altro Technics, questa volta con braccio meccanico laterale, ovviamente dotato di contrappesi per il perfetto bilanciamento. Le sbarrette che si vedono a fianco del piatto servivano (grazie all'utilizzo di una luce stroboscopica) a regolare con precisione micrometrica la velocità di rotazione. Si tratta dell'SL 1100, uscito nel '71. Fu il secondo modello della Matsushita (proprietaria tra gli altri dei marchi Technics e Panasonic)ad avere la trazione diretta, unico sul mercato a parte un paio di costosissimi piatti destinati esclusivamente al broadcasting. Fra la trazione diretta e lo chassis in alluminio erano praticamente assenti le vibrazioni.


Costoso materiale di consumo dei piatti erano le testine. Uno dei più famosi costruttori di fonorivelatori (questo è il nome "ufficiale" delle testine è la Shure.


Per quanto mi riguarda, i primi ricordi di radio in casa mia sono relativi a questo apparecchio, ancora funzionante, ancorato in cucina.


All'estremo opposto, ma siamo già negli anni 70, la Grundig fece questo insuperato esemplare di radio "satellitare", come veniva chiamata, che era in grado di spaziare dalle onde corte alle onde lunghe con una dozzina di scale differenti.Era la SATELLIT 210/Transistor 6001 Si potevano sentire le radio di tutto il mondo, i segnali morse, strani sibili che credo fossero le trasmissioni telefax: ricordo le ore notturne trascorse ad ascoltare di tutto.


Non credo che ci sia bisogno di descrivere la TS 502 realizzata dalla Brionvega di Milano nel 1964, da sempre maestra di Design. La radio (nota anche come Cubo) in AM ed FM era veramente bella e funzionale.Una copia della TS-502 e' esposta nei piu' importanti musei di arte moderna, come ad esempio il Museum of Modern Art in New York. Questo ricevitore radio ,come del resto altre apparecchiature realizzate dalla stessa azienda, e' diventato oggetto di culto. E viene riproposto nuovamente esattamente identico ad allora.


Un esempio di miniradio portatile della Grundig: funzionava con quattro stilo. In AM.


Ancora della Grundig, ma da tavolo questa bellissima radio. Purtroppo ne ignoro il modello, in bachelite con diverse gamme d'onda ed alimentazione a corrente .


Questo è un televisore 14'' in bianco e nero, con le classiche maniglione di sintonia. La particolarità era che poteva funzionare con la tensione di rete ma anche a 12 Volt, così da poter essere alimentato dalla batteria dell'auto e quindi essere utilizzato ovunque.


Da quelle a valvole e fisse nell'autovettura a quelle più piccole transistorizzate ed estraibili fino ai modelli attuali completi di sistema di navigazione e vivavoce i modelli di autoradio sono innumerevoli. Le prime solo con la AMe rigorosamente monofoniche, in seguito con la modulazione di frequenza e stereo non c'era auto che non le montasse. Questo modelo della nostrana Autovox è lo Shuttle 1000, e risale ai tardi anni '70. Come di vede molto complicato, con mangiacassette e completamente elettronico con servo comandi e sintonia digitale non ricordo che funzionasse così bene.


Da quando avevo cominciato a giocare con l'ingegnere elettronico della Philips mi ero appassionato sempre di più a questa materia. Mi ero procurato libri che mi insegnassero i primi rudimenti, (prendendoli in prestito alla biblioteca pubblica o comprandoli sulle bancarelle dell'usato), avevo comprato o "preso in prestito" dal nonno (vecchio tecnico della stipel) un po' di strumenti, insomma mi ero arrangiato un piccolo ma fornito laboratorietto di elettronica. Non che riuscissi a creare chissà che cosa, ma grazie ai kit della Amtron, ai facili circuiti copiati su alcune riviste come Sistema Pratico o Nuova Elettronica (ved. la sezione libri),qualcosa combinavo. Non sono mai arrivato a possedere un oscilloscopio come un mio compagno di classe, ma questo tester si! E' il famoso (per gli addetti ai lavori) Supertester 680 R della ICE. Non c'era rivista di elettronica che non lo pubblicizzasse, era la Roll Royce degli strumenti di misura. Tant'è che ancora oggi, a quanto mi risulta, viene prodotto e venduto. Ed io ancora oggi lo sotto-utilizzo per tutti quei lavoretti casalinghi che riguardano l'elettricità, dal controllo di una linea elettrica alla riparazione di uno degli innumerevoli carica batterie di cui tutti siamo dotati.


Questo è un tester per misurare solo tensioni e resistenze che avevo preso da mio nonno. Un Mega, modello 110. Di dimensioni ragguardevoli, aveva una notevole precisione di misura!


La scuola Radio Elettra forniva ai suoi allievi una gamma completa di strumenti (che ovviamente dovevano essere assemblati). Questo è un oscillatore modulato, modello 412. La gamma, abbastanza ampia, va dalla bassa frequenza alle onde lunghe. Indispensabile per lavorare sulle radio.


La parmense Davoli non era conosciuta solo nel settore musicale, ma anche apprezzata per gli strumenti elettronici che costruiva con il marchio Krundal. Questo è un generatore di segnale in FM, altro indispensabile strumento del radiotecnico.


Questo è il catalogo dei kit elettronici della Amtron. Ricordo solo che erano distribuiti dalla GBG di Torino, e che comprendeva moltissimi apparati elettronici, dagli amplificatori ad una serie di accessori per musicisti come distorsori per chitarra, batterie elettroniche,miscelatori, e così via.Un vero paradiso per gli hobbisti, che trovavano sempre qualcosa adatto a loro senza dover spendere le cifre richieste per i modelli blasonati in commercio. Un kit che mi è rimasto è quello per le luci psichedeliche, vero must per i discotecari di allora. Con pochi componenti elettronici si poteva trasformare un garage in discoteca alla moda, cosa che noi avevamo fatto in montagna. Le istruzioni per il montaggio che si vedono quì riguardano una radio sintonizzata sulle frequenze aeree e delle forze dell'ordine; ricordo i viaggi all'aereoporto cittadino per provare l'emozione di sentire i piloti annunciare l'atterraggio. Purtroppo questo strumento mi era stato chiesto in prestito da un amico che allora frequentava l'istituto tecnico. Senza dirmi nulla lo presentò come un suo lavoro e fu esposto nella scuola. Non l'ho più riavuto indietro.



Questo è il kit per le luci psichedeliche montato: era sufficiente collegare l'uscita dell'amplificatore all'ingresso di questo strumento, e attaccarci le lampade di diverso colore: erano presenti tre uscite per i bassi, i medi e gli acuti. Non era altro che un cross over elettronico che pilotava dei triac, che a loro volta pilotavano l'accensione delle lampade. Mi sembra di ricordare che ci fossero due modelli, uno per pilotare fino a 1500 watt di lampade ed uno più potente. Solitamente le lampade erano verdi, gialle e rosse. Ovviamente si potevano collegare due di questi apparecchi, uno per ogni canale per aumentare gli effetti da discoteca. Pilotava una terna di lampade come quelle che si vedono qui a lato.



Nelle varie riviste di elettronica che acquistavo (ved. sezione libri) c'erano ovviamente decine di progetti per i più svariati apparecchi elettronici. Si partiva dalla basetta del circuito stampato, si acquistavano i componenti e si saldavano. La basetta poteva essere ordinata direttamente alla casa editrice, oppure si poteva cercare di farla partendo dallo schema. I risultati sono qui. La prima è stata ottenuta per foto incisione, dopo aver trasportato su un foglio di carta semi lucida il disegno ed averlo stampato su una basetta neutra grazie ad una potente lampada ad ultravioletti ed a speciali inchiostri. Poi la basetta veniva immersa in un acido, che scioglieva tutte le parti non incise. Poi occorreva praticare tutti i fori per installare i componenti elettronici. Con un po' di pratica il prodotto finito era accettabile, ma assolutamente non comparabile con uno fornito dalla rivista (quello in basso...). La seconda foto mostra un piccolo generatore di suoni, capace di una quantità incredibile di effetti grazie alle meraviglie dei primi circuiti integrati. In questo caso componentistica e circuiti sono stati acquistati in toto, e si può notare la perfezione delle serigrafie sulla basetta che aiutavano molto in fase di montaggio.



Questa è la Osram Vitalux, lampada di produzione tedesca che usavo per la fotoincisione dei ccircuiti stampati. In origine era venduta come lampada da terapia. Cioè producendo sia raggi infrarossi che ultravioletti scaldava ed abbronzava. Solo che credo che emettesse tutta la gamma di UV, da quelli "buoni" a quelli fetenti. Credo che sia tuttora in commercio,magari con una emissione di radiazioni più controllata!



Nella sezione giochi ho parlato del baracchino, presentandone un modello giocattolo. Questo è invece un modello per radioamatori, prodotto dalla Lafayette, ditta giapponese nonostante il nome francesizzante, che allora era tra le più note per la produzioni di apparati ricetrasmittenti. Questa era na versione portatile, (o mattoncino, data la forma) ma con le stesse caratteristiche dei modelli da tavolo: 5 watt di potenza massima in uscita ( il massimo concesso dalle normative -non italiane, ovviamente, che lo classificavano come apparato proibito- ) e 23 canali quarzati in AM. In seguito uscirono modelli dotati di SSB (o singola banda laterale), che di fatto triplicavano i canali in uso, e oggi credo che i canali, finalmente ufficilmente approvati, siano più di 40. Questo modello poteva essere alimentato da una serie di 10 pile a stilo, oppure esternamente collegandolo direttamente ad un alimentatore o alla batteria dell'auto. E' tuttora funzionante.



Ed a proposito di corrente elettrica allora in casa c'erano due linee, 120 Volt e 220 Volt, o come venivano chiamate luce e forza, perchè appunto utilizzate per alimentare l'impianto luce e le prese per gli apparecchi.Per distinguerle era sufficiente guardare le dimensioni dei fori: maggiori e più distanti quelli della forza, piccoli e vicini quelli della luce. E tutti o quasi tutti gli apparecchi avevano un piccolo interruttore dietro che permetteva di cambiare la tensione di alimentazione a seconda delle esigenze. Poichè normalmente le prese degli apparecchi avevano la spina piccola, occorrevano dei riduttori per poterle infilare in quelle grandi della forza. Come vedete non si parlava di filo di terra, o di salvavita.
La seconda spina bianca permetteva di essere inserita nella forza, e di alimentare più apparecchi con spine piccole e grosse. L'altra bianca era una semplice multipla della luce.


Qualcuno ricorderà questi ciondoli, fatti col filo di rame o di acciaio e chiodi per ferrare i cavalli: venivano venduti dalle ragazze sulle spiagge ed in montagna per farsi due soldi. Alcuni erano oggetti veramente belli. Ricordo che mi misi in società con una ragazza più vecchia di me, bravissima a farli, ma una frana a venderli, cosa in cui io ero bravissimo.


Il telefono Grillo; per il secondo devo ringraziare l'amico Alberto che con una mail mi ha ricordato il nome: si tratta del Kobra, più recente, che lui utilizza tuttora anche se secondo me risulta molto avveniristico per l'epoca ma decisamente scomodo: era infatti molto facile schiacciare il tasto di chiusura comunicazione; anche il Grillo soffriva del medesimo problema: già solo impugnandolo, o peggio incastrandolo tra la spalla ed il collo per avere una mano libera, lo si chiudeva leggermente perdendo la comunicazione. A riprova che una cosa è il design futurista tipico di quegli anni, ed una cosa la maneggevolezza ed il confort. Il telefono Grillo fu disegnato da Marco Zanuso,(lo stesso designer della stilografica Hastil) e gli venne riconosciuto il Compasso D'Oro nell'anno 1967


Una delle primissime calcolatrici tascabili, naturalmente made in Japan: la Canon Palmtronic LE 10 che aveva un consumo iperbolico di corrente, tanto da avere come optional un apposito alimentatore. Inoltre il display era non a cristalli liquidi ma a led rossi, a 10 cifre. Era in grado giusto di fare le quattro operazioni, ed il modello in foto, del peso di un paio di etti (!) aveva anche l'indicatore di livello batterie; utilizzava 4 pile a stilo, o in alternativa un pacco batterie che veniva ricaricato inserendo la calcolatrice in un apposito caricatore. Venne messa in commercio nel 1972, e montava al suo interno un paio di circuiti della Texas Instruments.


Un' altra calcolatrice, leggermente posteriore come età alla precedente: diodi led verdi, molto più piccola, consumava di meno, veniva fornita completa di custodia in similpelle ed aveva già qualche funzione in più:radici quadrate, 1/x, memorie: un lusso!



Molto prima dell'avvento delle calcolatrici elettroniche, era pubblicizzata sulle riviste dell'epoca questa calcolatrice tascabile. Basata credo sul principio dell'abaco, consentiva di fare addizioni e sottrazioni abbastanza velocemente, dopo essersi letto un foglietto di istruzioni in italiano. C'era anche una versione più lussuosa, con più capacità di calcolo (fino a 12 cifre) completa di porta calcolatrice a libretto. Era ovviamente più grossa (e più costosa!). In effetti l'Addiator viene considerato a pieno titolo una calcolatrice, avendo il riporto delle decine (anche se semi-automatico). Al pari del regolo calcolatore ne vennero fatti moltissimi modelli diversi per dimensioni, capacità di calcolo e unità di misura inserite. Ovviamente cadde immediatamente nell'oblio all'avvento delle prime calcolatrici tascabili.



Ricordo che non c'era ingegnere, geometra, o comunque tecnico che non avesse nel taschino questo misterioso "righello", che altro non è che il regolo calcolatore, il computer della prima metà del secolo scorso. Basato sui logaritmi, consentiva di fare operazioni come moltiplicazioni, sottrazioni, calcoli di logaritmi o funzioni trigonometriche con il semplice spostamento del cursore.Ne esistevano modelli di ogni tipo e dimensione, da quelli generici a quelli per gli elettrotecnici, (con speciali funzioni per il calcolo per esempio di resistenze), per costruttori, per matematici puri....lunghi una decina di centimetri o mezzo metro; ovviamente il risultato aveva una qual certa approssimazione, (più il regolo era lungo, maggiore era la precisione), ma era veramente uno strumento fondamentale. Per la cronaca io l'ho usato durante il mio esame di maturità, e mi si è rivelato utilissimo. Inutile aggiungere che oramai fa parte di una storia remota, soppiantato come è da calcolatrici e computer.



Era obbligatorio a scuola avere e sapere utilizzare il compasso, necessario per il disegno tecnico che veniva insegnato al liceo scientifico. Questo è un modello della Richter, ovviamente tedesco, giunto pressoché intatto ai giorni nostri, segno che o lo strumento aveva doti di indistruttibilità oppure che io non l'ho mai utilizzato molto.


Questo è un normografo, in realtà non l'ho mai usato molto, ma mi veniva utile per scrivere nome e cognome sui miei disegni tecnici in modo "professionale". Utilizzando una rapidograph estremamente sottile si potevano ricalcare le lettere (qui in vari tipi di caratteri e formati) per comporre parole e frasi.Ne esistevano moltissimi modelli differenti che permettevano per esempio di disegnare mobili ed oggetti simili (utili per gli arredatori) o modelli per disegnare schemi elettrici con transistors e resistenze, e così via. Un altro oggetto praticamente scomparso grazie all'avvento dei computer.


Un regalo che andava molto in voga allora era il set per la scrivania. Poteva essere indirizzato ad un ragazzo (e quindi più "semplice" come questo) oppure ad un maturo signore (ed allora ecco quelli in cristallo), ed inoltre si prestava molto bene ad essere utilizzato come pubblicità. di solito c'era un portamatite, un orologio, un portablock notes con relativa penna ed un portacenere. Prima della scomparsa delle penne con pennino c'era anche un calamaio ed un tampone assorbente per inchiostro. Per la cornaca questo è ancora sulla mia scrivania.


Un altro oggetto molto comune anche in tempi più recenti, sia per la casa che per l'ufficio, era questa sorta di "agenda automatica". Posizionando il pulsante sull'iniziale del cognome della persona da cercare l'agenda si apriva automaticamente alla pagina giusta. Il particolare di questa (risalente agli anni '50) è il fatto di essere stata costruita non in plastica e alluminio, ma totalmente in bachelite.


Questo orribile gatto era in realtà un portaorologio da scrivania. Ha soggiornato da qualche parte nella mia cameretta per decenni, e ogni tanto gli appoggiavo sopra il mio orologio da polso, che si trasformava come per magia in orologio da tavolo. A mia discolpa posso solo dire che fu un regalo promozionale (non credo quella azienda abbia avuto un grande successo...) e mi sono stupito molto vedendolo saltare fuori da uno scatolone in cantina.


Tra gli accessori per la scrivania non poteva ovviamente mancare il tagliacarte. Questo è un altro oggetto che si presta molto al merchandising, essendo realizzabile in una fascia di prezzo vastissima. Il primo è un orologio marca Sindaco, con cinturino metallico rigido placcato. Il secondo somiglia ad una spada e faceva pubblicità ad una compagnia di assicurazioni, la Subalpina, fondata a Torino nel 1928. Dal 1985 dopo aver inglobato una compagnia milanese ha cambiato nome.



Mi vergogno, ma anche questa è storia: nel 1976 giravamo tutti col borsello ( noi maschi intendo), sembrando tanti bigliettai del tram, che invece lo avevano per necessità.


Chi non ha visto sulla toilette della mamma queste scatoline, contenenti un profumo francese, ( qui raffigurato Madame Rochas,che credo non esista più), in versione casa e da borsetta.


Un altro profumo che molti avranno visto sulla toilette della mamma: Dior, di Dior.



Di Givenchy questo L'Interdit, sempre degli anni '60. Mi ha incuriosito il nome, e ho fatto qualche ricerca. Sembra che fosse un profumo creato da monsieur Hubert de Givenchy per Audrey Hepburn dopo il loro incontro nel 1957 .Inizialmente la fragranza fu creata “privatamente” e la stessa Hepburn si oppose alla sua commercializzazione. Da qui, il nome L’Interdit che significa il divieto in francese. Ovviamente in seguito venne commercializzato ed oggi in occasione dei cinquant’anni del marchio è stato rilanciato sul mercato questo profumo creato allora proprio per l’attrice americana che segnò l’ingresso di Givenchy (fino ad allora casa di mode) nel mondo della profumeria. Come si vede pur mantenendo la bottiglia la stessa forma, ne è stata radicalmente modificata l'etichetta.


Questa splendida bottiglia da un litro, in genere contenente solo un liquido colorato destinata all'esposizione nelle profumerie, è invece una acqua di Colonia risalente agli anni 50, che venne regalata a mia madre. Si chiama Shalimar, e fu creata nel 1925 da Guerlain. La bottiglia originale (totalmente differente) venne prodotta da Baccarat su disegno personale di monsieur Guerlain, e successivamente sostituita nel 1937 con questa discoidale, prodotta da Pochet e du Courval, altrettanto atipica. Come si vede dalla pubblicità, la stessa bottiglia venne usata per altre acque di Colonia di Guerlain, tuttora in produzione come Shalimar,ma con bottiglie totalmente differenti. Questa bottiglia rotonda con il tappo conico di vetro non è più in commercio. Non sono nemmeno riuscito a trovare traccia della confezione gigante in mio possesso: la più grande di cui sono riuscito ad avere notizia è da 400 mml.


Due profumi da uomo degli anni '70: Ghibli di Atkinson e Ted Lapidus di Lapidus. Chissà se esistono ancora..


Non si può parlare di profumi senza menzionare i cosiddetti campioncini, ovvero quelle mini bottigliette di profumo, in tutto simili alle originali, che le case produttrici, tramite le profumerie, davano in omaggio ai clienti. Pratica tuttora diffusa ma che, per ragioni di economia, è limitata a mini confezioni anonime e con una fialetta invece della perfetta riproduzione della bottiglia.
Ecco di Atkinson Executive, Indolence, sempre della stessa Atkinson (quest'ultima mignon data in omaggio con una rivista negli anni '90), e Cabochard, di Gres in due differenti versioni.



Ho viaggiato molto in Italia, al seguito dei miei genitori, e non ho mai mancato di prendere, in ogni città, questo souvenir: un librettino a fisarmonica, formato 2 cm per 1, con una serie di vedute del posto, rilegato a libretto.Dalle grotte di Castellana a Trieste, dai trulli di Alberobello a Sanremo tutta l'Italia è rappresentata.Ne ho trovato anche uno dell'Italia intera, con foto delle principali città. Le copertine potevano essere di semplice catoncino, oppure di cuoio per arrivare a quelle bellissime di metallo, magari con bassorilievi incastonati come quello di Pisa. Quello di Torino invece è un vero e proprio librettino, con decine di pagine bianche sulle quali si potevano prendere appunti. Non li ho mai più visti, mi piacerebbe sapere se ne esistono ancora.




Solitamente questi portachiavi con foto erano considerati merce dozzinale, con un prezzo molto basso, appunto per turisti. Ma evidentemente, come testimonia questo contenente foto di Roma, venivano talvolta considerati oggetti di lusso e venduti singolarmente con una confezione apposita e certificato di garanzia. L'unica cosa che non capisco è l'elefante dorato applicato sulla copertina in similcuoio, che non c'entra granché con la città capitolina.


Leggermente diverso dagli altri questo portachiavi a libretto si presenta come un apparecchio televisivo. In realtà all'interno contiene la solita sequenza di foto, questa volta delle perle della riviera adriatica, piegate a fisarmonica.


Ovviamente non poteva mancarmi questo raffigurante la basilica di Superga!


Decisamente differente dagli altri nella forma, ma non nel concetto questo portachiavi ha un disco che ruotando fa vedere nella fessura delle fotografie dei vari laghi italiani


Sempre come ricordo dei viaggi mi facevo anche comprare questi portachiavi souvenir: riproducenti usualmente strumenti ottici come binocoli, telecamere o macchine foto, contenevano delle micro diapositive con le vedute del luogo. Per vederle era sufficiente strizzare un occhio nel mirino o nell'oculare. Fa eccezione, non so perché, la riproduzione della Leica marroncina, nella quale occorre guardare non nell'oculare ma nell'obiettivo. Nella Leica bianca invece il pulsante di scatto permette di cambiare le diapositive. Il pallone ed il cannocchiale fanno parte di una serie di souvenir venduti a fianco della Basilica di Superga, ed ovviamente oltre alle immagini della chiesa e della città contengono dei riefrimenti alla tragedia della squadra del grande Torino, che proprio a fianco della basilica si schiantò a bordo di un aereo di ritorno da Lisbona il 4 maggio del 49. Il cannocchiale permette anche una regolazione diottrica.



Un altro paio di portachiavi souvenir: in questo caso una macchina fotografica (di dimensioni maggiori del precedente) e un accendino.



Le località, turistiche o no che fossero, si sbizzarrivano a produrre portachiavi che fossero accattivanti ed inducessero all'acquisto.Non sempre c'entravano con la zona (barche in alta montagna o picozze al mare), ma era l'intenzione e la fantasia che contavano. Qui un coltellino completo di fodero che ricorda una famosa località di montagna.


Un paio di oggetti veramente particolari. Sempre dei souvenir, questa volta le foto sono di dimensioni maggiori, e sono inserite in un meccanismo che (come quello dei calendari da scrivania) le fa scorrere una dopo l'altra semplicemente capovolgendo il televisorino. Particolarità nella particolarità il primo dei due invece di immagini di una località mostra una serie di santi e di sante! Forse veniva da qualche località meta di pellegrinaggi, o forse dallo Stato del vaticano...


I portachiavi potevano servire per uso pubblicitario (ed ecco quello della colla Pritt), o come comoda agenda telefonica (nell'ultimo una cinquantina di paginette prestampate consentivano di inserirvi indirizzi e telefoni-prezioso quando non esistevano i cellulari con le loro memorie), oppure come portafortuna (magistrale simbiosi di un gobbo col cilindro e un più classico cornetto napoletano).


Altri portachiavi pubblicitari, questa volta di origine francese.


A mio parere i portachiavi più belli erano quelli che cercavano di offrire cose utili: un coltellino, una mini agendina, un accendino oppure come in questo caso un mini mazzo di carte!


Dopo le carte la roulette!Mini, ma funzionante.
Questo portachiavi era stato commissionato da un karting club. Trovo interessantissimo il go kart raffigurato, che rappresenta fedelmente i primissimi modelli realizzati a mano dagli appassionati negli anni 50


Altri portachiavi abbastanza tipici erano quelli forniti di una piletta: da quelli piccolissimi che utilizzavano una delle prime pile piatte ed erano utili tuttalpiù a vedere il buco della serratura a questi che facevano una discreta luce.


Questi erano i tipici portachiavi che venivano utilizzati per le chiavi dell'auto, piatte abbastanza da esserci inserite. E queste sono le tipiche chiavi delle FIAT degli anni '60 e '70; le prime tre aprivano la serratura delle portiere e del baule, la terza era per il blocchetto di accensione, posizionato alle volte sul cruscotto e solo in seguito sotto il piantone dello sterzo completo di antifurto/bloccasterzo.


Era l'anno 1962, quando la Marvin, noto produttore svizzero di orologi di livello medio-alto, incastonò un normale orologio in una specie di copertone, facendolo assomigliare ad una ruota, a cui era connesso un portachiavi con cinturino in pelle. Il fondello era trasparente, e lasciave intravvedere il meccanismo, un Marvin 520. Come si può immaginare dalla pubblicità dell'epoca il target era elevato, ma proprio per il prezzo non certo economico non ebbe un grande successo.



In compenso l'idea di fare orologi a forma di ruota di automobile fu quasi subito copiata da produttori di livello minore: alcuni portavano incisa sul pneumatico la marca di quest'ultimo, altri erano veicoli pubblicitari di ditte legate al mondo automobilistico ed avevano altri loghi.


Sempre a proposito di orologi, mi ricordo le svegliette da viaggio, meccaniche, che si piegavano e diventavano una specie di portafoglio. Di svariate dimensioni e misure, erano prodotte da diversi fabbricanti. La prima è una Jaeger, con cassa in acciaio laminata in oro rosa, richiudibile a portafoglio. Anche il quadrante sembra essere laminato in oro rosa, e le lancette erano ovviamente fosforescenti grazie all'applicazione del pericoloso radio. Movimento Jaeger Le Coultre con carica di due giorni.



Le più comuni sveglie da viaggio erano queste, ovviamente meno costose. La prima è più grande della norma, è una Veglia, le altre sono di marche sconosciute.



Un'altra Veglia, modello Silva, questa invece era ovviamente una sveglia da comodino. Molto ricercato il look. Altre svegliette da viaggio o da scrivania si possono vedere quì



Non so molto di questo orologio da tavolo, se non che è di fabbricazione francese grazie alla scritta sotto alla base. Non c'è marca, ma l'ho sempre trovato piacevole da guardare sulla scrivania di mio padre.



Più dell'orologio in questo caso mi è caro il calendario. Tutti i giorni voltavo il contenitore dei numeri per vedere come magicamente il giorno cambiasse.



1973: cominciarono ad arrivare in Italia, portati da turisti provenienti dall America i primissimi orologi futuristici: dotati di un circuito elettronico e di quadrante con LED rossi, erano molto imprecisi, consumavano un patrimonio di pile, ed erano assolutamente illeggibili alla luce del sole. Ma facevano molto ...futuro. Uno dei più famosi fu il Pulsar, che allora ( era il 1974) costava lit. 300.000 nella versione in acciaio, e un paio di milioni in quella d'oro massiccio. Praticamente più di un Rolex. Questo in foto arrivò direttamente dal Giappone, ed è completamente placcato d'oro.Mi venne venduto come se fosse un Pulsar (modello Digitime) ma era una patacca (seppur giapponese e costosa!). Oltre all'ora indica AM o PM, e data con mese.Ancora funzionante, ed ancora impreciso! Quando si vedeva una persona con l'aria perplessa,china in un angolo, che cercava di farsi ombra si poteva essere sicuri che costui avesse uno di questi orologi e cercasse di leggerci l'ora, operazione quasi impossibile all'aperto magari sotto il sole.In compenso al cinema questi orologi non avevano rivali: si poteva leggerli benissimo. Utilissimi!
Mi è impossibile evitare un paragone con un telefonino che mi diede il mio gestore telefonico in cambio di salatissime bollette: si collega ad internet, fa dei giochi che neanche la playstation, la fotocamera ha una montagna di pixel con un blasonatissimo obiettivo,mi riceve le mail, posso vederci film ed ascoltare musica in stereofonia, posso anche chiedergli dove sono e che strada devo prendere, e potrei farci probabilmente un sacco di altre cose se non mi fossi stufato di studiare il volume di istruzioni. Ma se per caso volessi farci una telefonata stando all'aperto, magari con un po' di sole, e dovessi leggere il numero.... allora no. Lo schermo diventa quasi invisibile appena si profila all'orizzonte il primo raggio di sole. Si tratta evidentemente di un telefono per vampiri, o per utilizzo esclusivamente indoor. Veramente utile. Ora con l'avvento degli schermi a led organici questo problema è risolto, la luminosità è sicuramente incrementata ma... nessuno dice che la vita di questi bellissimi schermi è decisamente corta!


Ovviamente oltre alle marche blasonate (anche Bulova fece un bellissimo orologio a led) ne saltarono fuori moltissimi altri, non appena i moduli led vennero ceduti alle altre aziende. Ecco un modello senza brand, ma funzionante esattamente come il Pulsar. Ora, minuti, secondi e data.


Sempre dal Giappone per la solita Seiko questo orologio da tavolo, completo di tutti i fusi orari e nominativo delle principali città. Non che allora i viaggi oltreoceano fossero così comuni, ma immagino che facesse molto manager tenerne uno sulla scrivania. era sufficiente girare una rotellina potando il nome della città interessata in alto per leggervi automaticamente l'ora, con l'indicazione se fosse giorno o notte (bianco/nero sullo sfondo).


Sull'onda degli orologi a LED rossi, il cui prezzo crollò dopo pochissimo tempo, si fecero decine di gadget forniti di orologio digitale. Sicuramente i più comuni furono le penne.In questo modello placcato d'oro la maggior parte dello spazio interno è occupato dalle tre pile al mercurio, un terzo dall'elettronica ed il rimanente da un minuscolo refill: non so se fosse minore l'autonomia di scrittura o quella di batterie!


Una mano a far crollare gli orologi a LED venne data da quelli, sempre giapponesi, dotati di LCD, o cristalli liquidi: questi erano meno costosi, più affidabili, più pratici come lettura,con un consumo di pile nettamente inferiore e dotati di cronometro, sveglia, eccetera. Questo credo fu tra i primi modelli della Seiko,(dovrebbe essere un A159 4019-G) e nel 1977 il suo prezzo era di 230.000 lire,un prezzo piuttosto elevato rispetto ad orologi di marca.Credo fosse possibile comprarcisi un Rolex per la stessa cifra. Una curiosità: venne fatta all'epoca una campagna promozionale che abbinava questo orologio al film di 007 La spia che mi amò, anche se nella stesura finale del film l'orologio non apparve.


Ignoro tutto di questo orologio, arrivato come regalo dalla Fiat. Sulla scatola si legge Lunarama, sul quadrante la marca sembra essere Ermano, e veniva spacciato evidentemente come orologio degli astronauti. A riprova di ciò sul retro sono incisi il LEM ed una persona in tuta spaziale.



Per quelli che non avevano il datario sull'orologio: questo provvidenziale calendarietto (in foto un modello del 1973) poteva essere agganciato al cinturino, e si aveva sott'occhio tutto il mese. Le due facciate avevano lo stesso mese proposto con due sfondi, per meglio armonizzare con tutti i cinturini:uno argentato ed uno dorato.



Ecco gli orologi digitali degli anni 70. Molto meno precisi delle sveglie di allora,ed altrettanto rumorosi, facevano però molto fantascienza.



Le fanno ancora adesso, ma è indubbio che le palline da appendere all'albero di Natale prodotte negli anni 60 erano decisamente più belle. Più decorate, dettagliate, colorate, con moltissimi tipi differenti.... persino queste vendute presso i grandi magazzini Standa sono più belle di quello acquistate in questi anni. Non possono ovviamente mancare le decorazioni luminose, ma in questo caso devo ammettere che quelle moderne sono migliori sotto tutti i punti di vista, soprattutto quello della sicurezza, Infatti questo filo luminoso conteneva una ventina di micro lampadine funzionanti con pochi volt, collegate in serie e direttamente connesse alla presa di corrente. Un incubo!



In soffitta ho trovato una scatola di palline natalizie risalenti agli anni 60, sono le stesse che si vedono attaccate all'albero nelle (poche) foto che mi avevano scattato. Una serie di palline in plastica con dentro una lampadina colorata, dei bellissimi uccelli con la coda e le ali multicolori, palline con intagli delicatissimi, personagi più o meno fantasiosi. Nulla di paragonabile a quelle moderne.



Made in western Germany il rasoio portatile a pile. Mai utilizzato nella sua funzione, da piccolo era un'arma, un trapano, un microfono,un aggeggio da 007, e tante altre cose che mi suggeriva la fantasia. Tranne che un rasoio.


Nel 1901 l’industriale americano King Camp Gillette inventa la lametta da barba e il rasoio di sicurezza e quindi fonda la Boston la Gillette Company, che oggi produce rasoi di ogni tipo. Questo era appunto un rasoio di sicurezza della Gillette,completamente smontabile, in confezione da viaggio con porta lamette e scatola metallica.


Abbastanza tipiche degli anni 50 queste parure da viaggio per uomo, contenenti il necessario ( o quasi) da toeletta. In questo set con custodia di cuoio una coppia di rasoi di sicurezza da utilizzarsi con le classiche lamette ed un paio di contenitori forse per il borotalco.


Un altro oggetto molto comune negli anni 60 è il tagliacapelli: la famigerata macchinetta che poteva rapare a zero in un attimo una chioma fluente.


Tra gli accessori di bellezza e salute non mancavano i massaggiatori,che forse all'epoca non si chiamavano ancora vibratori e che servivano realmente a curare lombaggini e mialgie varie. Un paio di modelli, uno piu vecchio in bachelite ed uno "recente, di colore più chiaro, completi di accessori per massaggiare le varie parti dolenti. In uno ci sono anche le istruzioni per l'uso, che citano: Lw vibrazioni a bassa frequenza e le loro applicazioni in terapia ". Niente pile, venicano collegati direttamente alla corrente elettrica!



La mitica Olivetti Lettera 22: la macchina per scrivere meccanica portatile per eccellenza, la rivoluzione di Olivetti. Per la cronaca, è ancora funzionante, ed è stata un ottimo banco di prova per imparare a digitare sulla tastiera.Nella sua scatola originale ho ritrovato anche il pratico set di pennelli per la pulizia: una con setole rigide per pulire le lettere da residui di inchiostro, il secondo più morbido per spolverare la tastiera.Infine la pubblicità tratta da Scienza e Vita del '65: il prezzo della macchina per scrivere era di 42.000 lire + IGE! E la valigetta per il trasporto 3.800 sempre al netto di IGE, l'antenata della nostra IVA!
Un po' di storia: la Lettera 22 fu uno dei prodotti di maggior successo della Olivetti negli anni cinquanta, e ricevette premi sia in Italia (Compasso d'Oro nel 1954) che all'estero (miglior prodotto di design del secolo secondo l'Illinois Institute of Technology nel 1959). Inoltre è esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York. Veniva prodotta nello stabilimento Olivetti di Agliè (Torino).



Questo oggetto è transitato dalla casa dei miei nonni a quella dei miei genitori per approdare nella cucina di casa mia, e ne sono talmente abituato da non prestarci più attenzione. Credo che ora se ne facciano delle copie anche abbastanza simili all'originale, in questa moda del "vintage ", ed è infatti dovuto all'averlo visto in un negozio di "modernariato " l'essermi reso conto che di diritto sarebbe dovuto essere qui!


Utilizzo ancora oggi questa poltrona (in realtà fa parte di una coppia, ma la gemella è stata fagocitata da mia figlia e non riesco a riaverla!), ed è un oggetto così naturale per me che solo ora mi è venuto in mente di inserirla quì, dato che appartiene con diritto agli oggetti della mia infanzia. Fu acquistata negli anni sessanta, e tenuta in un alloggio che avevamo in montagna. Non sono stato capace di disfarmene ed ora la uso in casa, ovviamente con le foderine originali che seppur detestabili hanno contribuito a mantenerla in buono stato. Si può ripiegare, diventando pressoché piatta: una necessità per le micro abitazioni di montagna!